Categories:

Perché veniamo male in foto?

….a volte la colpa non è solo della fotocamera.

FONTE ARTICOLO “Di MOTHERBOARD STAFF”

Come ben sa chi viene sempre inspiegabilmente male in foto, il problema dell’auto-rappresentazione è molto meno superficiale di quanto possa sembrare. Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad una democratizzazione nella produzione di fotografie, tanto che ormai si scattano banalmente foto in qualsiasi occasione. Inoltre mentre i processi di auto-narrazione e le relazioni sociali si svolgono in misura crescente attraverso il supporto della rappresentazione grafica, questa guadagna una valenza emotiva sempre più consistente. In un contesto simile, chi viene male in foto rischia di sentirsi escluso, ad esempio, dal ricordo di un particolare evento: la sua immagine terribile gli impedirà di sentirsi parte di un determinato gruppo e di condividerne le stesse emozioni nello stesso momento.

“Come al solito, non sembri tu!” potrebbe dirvi la vostra migliore amica sghignazzando mentre guarda le foto del vostro matrimonio. Questo è un bel problema. Se non vi riconoscerete appieno in un album di foto, avrete la sensazione di non aver pienamente vissuto l’evento in questione con i parenti, gli amici o la persona amata del caso. “Non posso essere io quella strana creatura che compare in tutte le foto di gruppo.” Più di qualsiasi altro genere di supporto, sono proprio le foto a costituire l’elemento che stabilizza la memoria comune di un particolare evento, per questo è doloroso sentirsene esclusi.

La mancanza di fotogenia non è problematica solo in rapporto alla propria storia personale e alla propria identità. Con lo sviluppo dei social, le foto sono diventate strumenti di auto-promozione competitivi anche nel contesto professionale. Da tempo ormai, Instagram è una vetrina per promuovere attitudini, stili di vita, ambizioni e aspetti della personalità dei suoi utenti, prerogative che in precedenza erano riservate praticamente solo a chi faceva parte del mondo della moda o dell’arte. Persino i nerd sono riusciti ad ottenere le loro rivincite. Se le foto del biologo Phil Torres a torso nudo sotto una cascata o in procinto di affrontare coraggiosamente i coleotteri californiani abbigliato di tutto punto vi fanno sorridere, dovrete ammettere che il suo metodo di auto-rappresentazione è efficace. D’altronde, venire percepiti come persone attraenti può avere un impatto significativo anche sulla vostra vita professionale.

Una volta presa coscienza di queste sfaccettature, il problema minore rimane proprio quello di spiegare alle persone costantemente immortalate con le espressioni facciali più improbabili la natura del loro deficit di fotogenia. Un male, che al giorno d’oggi può rivelarsi più grave della timidezza.

Ci sono diversi motivi per cui si viene puntualmente male in foto.

Ci sono diversi motivi per cui si viene puntualmente male in foto. Innanzitutto, può essere questione di tempismo. Secondo l’odioso fenomeno noto in inglese come frozen face effect, isolare una espressione facciale colta mentre siamo in movimento contribuisce a farci apparire come dei completi idioti. È proprio a causa di questo problema che le nuotatrici di nuoto sincronizzato sfoggiano raramente espressioni gradevoli nelle foto ufficiali dei Giochi Olimpici. Provate a mettere in pausa un video di Youtube che ritrae una persona che parla, ne ricaverete inevitabilmente un’immagine terribile.

Inoltre, se non si è sufficientemente reattivi oppure si resta pietrificati non appena si intravede qualcuno che vuole scattare foto, le probabilità di risultare terribili saranno altissime. In questo caso, non conta molto la bellezza quanto le capacità di reazione immediate di fronte agli imprevisti.

Riuscire a sentirsi a proprio agio di fronte a una macchina fotografica, la postura e la capacità di usare il linguaggio del corpo influiscono enormemente nel determinare la buona riuscita di una foto. Ma questi non sono gli unici criteri oggettivi su cui affidarsi: gli effetti ottici possono sempre giocare dei brutti tiri. La maggior parte della macchine fotografiche di fascia media non sono in grado di rendere volumi e colori in maniera perfetta. Per questo motivo le foto della vostra vacanza di lusso in Vietnam saranno sempre più deludenti della realtà. Inoltre, è più difficile catturare in foto la bellezza di una persona dalla carnagione molto chiara con i capelli biondi o rossi (soprattutto se non tinti), rispetto a quella di una persona la cui carnagione scura rende più facile distinguerne ciglia, sopracciglia, naso e contorno bocca.

In aggiunta a tutto questo, ombre, luci e contrasti sono essenziali per valutare le caratteristiche di un volto, a questo è dovuta, per esempio, la recente popolarità della tecnica del contouring. Se la foto viene scattata in una condizione di semi-oscurità, con il flash e sopratutto dopo che i soggetti hanno consumato una notevole quantità di alcol (facendo trasparire i loro vasi sanguigni dilatati sotto la pelle diafana), gli amici pel di carota sono condannati ad apparire in foto come delle tenere frittatine nordiche per il resto della loro vita.

Se è vero che esiste un piccolo gruppo di individui che, per le ragioni di cui sopra, sono oggettivamente inguardabili in foto, esistono anche grandi probabilità che l’etichetta “non fotogenico” sia semplicemente un’auto-diagnosi.

Per delle ragioni psicologiche ormai ben documentate, la percezione che avete del vostro corpo e del vostro viso è probabilmente molto diversa da quella degli altri. Infatti, al contrario di chi è affetto da dismorfia, la maggior parte di noi si vede più armonioso di quanto non sia in realtà. Dietro, ci sono molte ragioni: prima di tutto, noi ci osserviamo per lo più in uno specchio, dentro casa, sotto una luce che attenua i difetti della pelle e addolcisce i lineamenti del viso. Al contrario, una foto fatta da lontano, in pieno giorno e sotto una luce naturale farà risultare i tratti stanchi e più marcati.

Infine, a forza di scattarsi selfie da angolazioni vantaggiose e di migliorare le foto ottenute con un arsenale di filtri e app di editing, i nostri avatar e le altre “immagini ufficiali” che facciamo circolare online rappresentano ormai l’immagine che abbiamo di noi stessi. Eppure, paradossalmente, i nostri selfie non ci somigliano nemmeno più di tanto. Quando la foto è scattata da altri, spesso siamo talmente sorpresi del risultato che la prima spiegazione che ci diamo è: “sono davvero poco fotogenico”.

Questo effetto è rafforzato da un altro fenomeno: l’effetto della semplice esposizione. Si tratta di un bias cognitivo descritto tra gli altri dallo psicologo Robert Zajonc alla fine degli anni Settanta. Secondo la sua teoria, impariamo ad apprezzare le persone, gli oggetti e le immagini a cui siamo esposti con maggiore frequenza. Il maggiore grado di familiarità con una rappresentazione è sufficiente per rendercela piacevole. Grazie all’effetto della semplice esposizione consideriamo il riflesso che vediamo allo specchio come un’immagine di noi rappresentativa e sopratutto bella. Per questo motivo, troviamo brutte le foto scattate da altri perché raramente ci colgono nello stessa posizione ravvicinata che abbiamo di fronte a uno specchio ad altezza occhi. Se frequentate i siti di incontri, avrete già notato come molti utenti utilizzino foto profilo che li valorizzano al massimo.

Più ci esponiamo sui social network scegliendo con cura le nostre foto per rappresentarci sempre seducenti, sensuali, felici, in forma e immersi sempre nel migliore dei contesti possibili, più diventa difficile confrontarci con quei ritratti di noi stessi che cerchiamo di ignorare.

Il nostro problema con la fotogenia, dunque, va un po’ oltre il semplice venire bene in foto: sembra che abbiamo paura di mostrarci al mondo senza filtri e senza imbastire una messa in scena per influenzare la percezione che gli altri hanno di noi.

 

Tags:

Comments are closed

Follow by Email
Instagram
Telegram